domenica 17 agosto 2008

la monnaie

monnaie.jpg
ti ho lasciato
quei maledetti soldi
sul tavolo
vatteli a prendere e
mollami. lasciami stare
sono nel mio letto
esausta
(mi hai fatta piangere
in pausa pranzo
e manco te ne sei
accorto)
andrò a lavorare tra poco
già col mal
di testa
e non ne ho voglia
ed è colpa tua
che non sai
non ti accorgi
pagati il biglietto
(magari di sola andata)
che i soldi mi danno il vomito
mi fai pensare
alla mia infanzia
ai sogni di me
nei tempi antichi
della guerra
con le mani piene di monete
che hanno l’attuale
valore
e sorrido a mio padre
così compri
tante cose

venerdì 8 agosto 2008

Sono stata recensita!

Sono stata recensita!sulla rivista "storie all write", n° 62 63 -NEW YORKERS a Jazz Serenade-nella rubrica "la recenseide", a pagina 164
"S come sexy. S come stronza. S come sola": così è descritta la protagonista di "Too soon for being an angel", uno dei testi della fertile produzione della Pamio. Poesie e prose lacerate e laceranti, con una particolare cura grafica del testo. La ricerca dell'eccesso attraversa tutti i suoi testi ma a renderli apprezzabili è che parallelamente scorre una ricerca autentica delle radici dell'eccesso. "Blood & Love" e "Racconti", se a una prima lettura paiono ordigni artefatti, in bilico tra Genet e certi testi di Lydia Lunch, alla distanza colpiscono al cuore come urla strozzate dal disincanto.
(pour la chanson: Vasco Rossi mon amour avec "Canzone"
album "Vado al massimo"/1982
a tutti gli uomini della mia vita,
che anche se li ho sempre chiamati "per nome"
sono stati quello che le altre chiamano moroso/fidanzato
a tutti loro
nessuno dei quali ha il mio link
perchè taglio i ponti con tutti
a tutti gli essere speciali
che sono stati intimi con me
in ogni angolo della mia vita
)

martedì 5 agosto 2008

so di non aver avuto una reazione immediata... ma (come già mi era accaduto nell'altra occasione) ricevere un premio mi ha messa in imbarazzo. RINGRAZIO l'amica argeniogiuliana
per avermi conferito il

premio10elode

con la seguente motivazione:
"per la semplicità con cui ha messo a disposizione il suo cuore nel blog e per la parte poetica che trovo straordinaria. Ciao Revengè. Sei deliziosa* "

(da parte mia... giro il premio a un gruppo d'amici: di Penna e di carne, con la seguente motivazione:


"per la volontà di creare uno spazio per tutti gli amanti della scrittura, per il vostro dispendiare consigli, per il vostro essere amici veri, anche se ci si è visti due volte nella vita, o zero"

link: www.pennadoca.net

con un grazie particolare a
Laura, Mich, Christian, Cinzia, Marianna, Radelan, Zia Lucy)

song: "Musa di nessuno - Afterhours"

venerdì 1 agosto 2008

DIARY OF LONDON-PART 6

DIARY OF LONDON-PART 6
(Well Come Back)
Martedì 8 Luglio 2008
La mattina facciamo colazione con brioches comprate il giorno prima ad Harrods. Io la sera prima avevo chiesto di poterne mangiare mezza alle mele e mezza ai mirtilli. Le ritrovo sul tavolo al risveglio.
Ho un po’ d’ansia per il ritorno. Paura di stancarmi come all’andata e poi di riprendere al lavoro già stremata. Mi faccio l’ultimo caffè nell’appartamento arredato ikea e chiedo a mio zio di darmi una mano con l’inglese: voglio richiedere assistenza.
Arrivati all’aeroporto fermo un uomo col gilet giallo che sta conducendo una carrozzina vuota. Lui mi dice può darmi una mano, ma che devo chiedere al check in.
Do a mio zio il mio tesserino arancione. Lui spiega alla ragazza platino con le ciglia argentee lunghissime, che avrei bisogno di un aiuto. Lei solleva il ricevitore. Con quella sua vocina quattro ottave più alta della norma spiega a Paul la situazione.
“Thanks Paul. Thanks. Bye”
Una persona mi raggiunge con la carrozzina. Quattro anni fa non mi sarei mai abbassata a chiedere una aiuto. Ma ora…
La signora mi porta nella sala d’attesa per gli imbarchi. Mi spiega che mi molla lì da sola fino alle tredici:dieci. Poi arriverà un’altra persona a prendermi.
Mi alzo dalla sedia a rotelle, faccio due passi e mi siedo lì tra i vari nonni, non ho voglia di gironzolare. Mia mamma entra in uno dei negozietti e compra una maglietta viola per la sorella che mancava.
La signora che mi recupera mi chiede se posso fare le scale, mi dice passeremo dalla secret door e mi accorgo, mentre mi scarrozza in giro, che stiamo tagliando un pezzo di tragitto che all’andata mi sembrava infinito.
Ho le braccia strette attorno al tronco come una camicia di forza. La signora mi chiede se ho freddo (no, non ho freddo). E’ che mi sento strana con tutti questi occhi addosso. Come se fosse una rarità vedere una ragazza in carrozzina. Una bionda della sicurezza mi sorride. Mi chiede che problema ho, le dico “my knees”, lei sorride “ok”.
Spingo bene la schiena indietro, scivolo coi glutei in avanti e sfilo il cellulare dalla tasca dei jeans. Glielo porgo. Lei mi perquisisce da seduta. Potrei alzarmi, ma non ne ho voglia. Anche i due ragazzi della sicurezza sorridono “Bye” dico io.
La signora attende con noi in corridoio. Mi chiede se fa caldo a Milano. Quando mio padre le dice ci sono quaranta gradi, lei esclama stupita “Oh My God”
Ora inizio ad avere freddo. Indosso la felpa. Attendo venti minuti, aprono la porta. C’è una ragazza sui vent’anni, una hostess.
“I’m the first!” esclamo, stupita
“Yes, you are” dice la signora
Scendo dalla carrozzina e raggiungo a piedi il posto assegnatomi. Le gambe sono molto più comode.
Durante il viaggio compro delle Pringles.
Il cielo oltre i finestrini è terso. Non si vede quasi nulla.
Atterriamo. La hostess carina mi dice che c’è un assistente che mi attende.
Mi alzo, lei mi si avvicina “You need help?” e mi porge il braccio piegato a squadra nell’aria. Istintivamente le do un paio di carezze e rido “No… no… I… mmm… riesco da sola… tank so much… bye”
Un ragazzo carino mi saluta “buongiorno, l’aiuto”
“Ciao, grazie”
“Appoggi bene la schiena”
“Ok, scusami”
Mi porta di sotto, mi chiede se ho qualcuno ad aspettarmi.
Aspettiamo il rullo trasportatore ci porti i bagagli e mi accompagna all’uscita
“Lei è mia sorella”
“Ok… allora ti lascio qui” ora mi da del tu
“Oddio che hai fatto?” chiede mia sorella, allontanando la sigaretta dalla bocca
“Niente” rido “non me la sentivo di farmi il tragitto a piedi”
E sono rientrata. A casa. Al lavoro.
Col mio bel colorito grigio London

(song: Creep- RAdiohead)
un grazie per tutto questo va
ai Radiohead, che mi hanno ispirata, ascoltandoli in loop alternando trenta/quaranta canzoni quella domenica che fu, nello scrivere queste pagine di diario, e che ho scelto come colonna di ogni pagina che abbia scritto
alla piccola M. che mi aveva detto non potevo non scrivere di Londra, e che, ora, ringrazio per avermi spronata, o mi sarei pentita tra otto anni
a tutti i miei pochi ma affezionati fedeli lettori, che hanno commentato queste pagine, anche se banali, per nulla poetiche o romanzate
ai miei genitori che mi hanno portata con loro, all'interno di questo viaggio alquanto improbabile, che senza loro sarebbe stato impossibile
a mio zio, a cui ho spostato i libri sul comodino (uno me lo devi prestare!) e che mi ha beccata subito, per il suo modo puntigliosamente ironico di vedere la vita

domenica 27 luglio 2008

DIARY OF LONDON-PART 5

DIARY OF LONDON-PART 5
Lunedì 7 Luglio 2008
(Harrods)
Mio zio lunedì mattina doveva lavorare. Io non l’ho sentito alzarsi, né tantomeno venire nella camera dove dormivo io a prendere una camicia tra quelle disposte, nell’armadio di fronte al letto, in ordine cromatico. Spettacolari dal blu al bianco passando per le varie gradazioni di azzurro scuro e azzurro più chiaro.
Il fatto è che a Londra, per la precisione ad East Croydon, andavo a letto talmente stanca e dolorante che il sonno m’abbracciava per l’intera notte catapultandomi in un paradiso di relax da cui la mattina facevo fatica da uscire.
Credo d’aver dormito fino alle undici. E la sera prima non avevo fatto nulla, come al solito.
Terminata la colazione è passato mio zio a prenderci. Saranno state le undici:quaranta e ci ha lasciati in stazione. Come al solito, biglietto, discesina a piedi vietato correre (con immagine d’omino che cade, ma loro corrono lo stesso), treno, Victoria Station, pullman e abbiamo raggiunto Harrods.
Quel giorno pioveva davvero un sacco, a quanto ci disse poi mio zio. E noi, stando in quel centro commerciale per quasi quattro ore, abbiamo trascorso incolumi gran parte dell’acquazzone.
Entrati, un ragazzo di colore con la divisa, mi indica sulla piantina che tengo tra le mani, dove si trova la zona in cui possiamo mangiare. Ogni pizzeria, creperia, ristorante,bar charcuterie, sushi bar hanno degli sgabellini tutt’attorno, per far accomodare le persone fianco a fianco a semi-cerchio. Mia madre decide di non volersi mischiare al resto del popolo, anzi non ha nemmeno più voglia di mangiare. Io e mio padre ci arrangiamo in un altro modo: opto per un muffin al cioccolato e lui per una focaccia alle cipolle e li mangiamo lì! In piedi, appoggiati ad un banchetto.
Ci raggiunge una guardia, che, con fare gentile, ci chiede di uscire fuori a mangiare. La mia riavvolge il nastro dei ricordi e si ferma a otto anni fa. Stessa situazione. Io e un amico che pacatamente fumiamo una Marlboro all’interno del Louvre, accanto a una pianta. Un gruppetto di scolari italiani, che, vedendoci, ha la nostra stessa geniale idea. La guardia che s’avvicina e che, con modi gentili, ci chiede se possiamo uscire.
I prezzi sono limitativi per le mie tasche. Ho guardato un po’ di women’s shoes e womenswear al first floor. Sono andata al quarto per guardare un po’ di women’s fashion. Infine ho deciso fosse meglio andare diretta al ground floor reparto 28 Harrods Souvenirs e comprare qualche posacenere a forma di zampetta di cane, a forma di foglia o lampada d’aladino, borsellino, tazzinine da caffè, due tazze da the, tre confezioni di the, una borsa per mia sorella, un beauty per l’altra, e siamo andati ad ammazzare il conto alla cassa.
Pioveva fortissimo quando siamo usciti. Eppure c’era un ciclista che correva lo stesso come nulla fosse. E ragazzi vestiti di niente che passeggiavano.
Ci siamo rintanati radenti al muro, sotto una tettoia, io accanto a due ragazzetti inglesi che ridevano. Credo avessi un aspetto orribile. Immaginami coi capelli al vento, il kway nero sopra due felpe e la faccia stanca… “Orrible!”
Appena ha smesso un po’ di piovere, abbiamo attraversato la strada e siamo andati a berci una tazza di the. Stare in piedi quattro ore è stato un record per me. Posso capire chi sentendolo dire strabuzza gli occhi, chi non capisce. Dodici anni fa avrei reagito in modo identico. Ma ora sono dall’altra parte della barricata, capisco molte più cose e ho imparato a non incazzarmi, troppo, se gli altri non mi capiscono.
Dopo esserci rifocillati un po’, abbiamo ripreso l’autobus per Victoria Street. Siamo passati da SLOANE STREET, la via dei negozi d’abbigliamento, dove l’unica nota stonata è una gigantografia del Bria, che mi fa vergognare d’essere italiana.
Scesi a Victoria Street c’è un casino. Un casino di gente ferma. Un casino di valigie a terra. Un casino di tabelloni spenti e scritte che scompaiono.
Sono entrata in un negozio che emanava un sacco di profumi diversi, provenienti da bagnoschiuma/saponi/sali da bagno. All’ingresso c’è un cartellone “FREE SEX IN THE SHOWER” e dentro di me sorrido, pensando a (…)
Una ragazza sui vent’anni mi ha sorriso:
“Hi. How are you?”
“Fine”
“xxxgrdkbdvhinbdsfoiyww”
“Sorry? I don’t understand”
“htefgvdsg… buy…kiunfefgt”
“Yes, now I will wach something to buy…”
Ho fatto una gran figura di merda. Mi sono resa conto di non saper nulla d’inglese!
Ero lì dentro, con mia madre, ad annusare i vari pezzi di sapone. Ognuno aveva una frase accanto, un aneddoto. Mi sembra che accanto ad uno ci fosse una curiosità circa Napoleone, che aveva chiesto alla sua amata di non lavarsi, che sarebbe tornato. Ma che se avesse conosciuto quel tipo di sapone, avrebbe cambiato idea.
Mia madre mi dice che forse è meglio che usciamo dal negozio, e cerchiamo mio padre.
Mentre esco c’è della gente che corre veloce nella mia direzione, accanto alla gente ferma nella direzione opposta.
Un uomo sbatte involontariamente la custodia nera dura della sua ventiquattrore sul faccino di un bimbo biondo seduto a terra. Si ferma. Gli dà una carezzina. Il bimbo scoppia a piangere. La madre degenere lo prende in braccio.
Non badiamo alla fila ferma e procediamo verso un treno. Non sono certa sia quello giusto. Non ho controllato il terzo tabellone da destra, ma non mi va di tornare indietro, voglio fidarmi di mio padre. Saliamo. Il treno straripa di persone.
Mio padre chiede a un tipo se ferma ad East Croydon (“Yes”)
io sono in piedi. Mi tengo con entrambe le mani ad una sbarra. Di solito ho sempre trovato il posto a sedere. So che da Victoria ad East Croydon sono circa venti minuti. Posso resistere.
Mio zio mi manda un sms. Gli dico ci siamo! Stiamo arrivando.
Lui si scusa. Mi dice ci sono stati dei disastri, tarderà un attimo.
Vediamo il treno passare da East Croydon, senza fermarsi.
“????!”
“Sorry…” dice l’inglese rivolgendosi a mio padre
telefono a mio zio “Ciao, vai tranquillo. Questo treno è diretto a…”
“Ma come? Cazzo dici? Passami tuo padre…”
Mio padre è incazzato nero. Nella confusione ha sbagliato a guardare il treno.
“Ciao… boh… è un diretto…abbiamo sbagliato a guardare”
“Ma cazzo…Ma come?”
Un signore che parla inglese, ma che non ha nulla a che vedere con gli inglesucci-pc-&-cellulare che ho attorno, mi spiega che, una volta fermo il treno, possiamo prenderne un altro subito che in mezz’ora ci porta ad East Croydon.
Mio padre mi ripassa il cellulare. Mio zio è incazzato.
“Aspetta un attimo” gli dico
Mi rivolgo al tipo che parla inglese “Excuse me sir can you speak with…” e gli porgo il cellulare
Lui mi dice devo mandare un sms a mio zio scrivendogli il paese che lui mi scrive sul foglio di giornale.
Fatto.
“Non so nemmeno dove cazzo sia. Lo cerco e vi vengo a prendere”
“no. Torniamo da soli, lascia. Aspettaci”
Il viaggio in piedi dura cirac un’ora, ma nemmeno lo sento. Mi spiace vedere mio padre così incazzato, mi spiace non aver controllato meglio.
Scendiamo in quel paese al confine con la costa, guardiamo i tabelloni. Il tipo non inglese che parla inglese, mi dice che se scendo le scale mi ritrovo sul binario opposto e lì c’è il treno. Mi fa segno “muoviti!” ma ho visto che c’è un ascensore.
“Thank you so much! I must take the elevator” (gli Aerosmith insegnano)
Credo di aver strutturato una frase con venti errori, ma il tipo mi comprende, mi sorride.
Scendiamo. Prendo il treno. Questo ha dei gradini altissimi e io non riesco più a stare in piedi. Mi aiuta mio padre. I sedili sono lerci, sgonfi d’imbottitura e bassissimi. Ma ci sediamo, finalmente. Mezz’ora e siamo ad East Croydon.
Percorro per l’ultima volta la salitina che conduce alla Stazione. Il nero umidiccio del corrimano mi resterà attaccato al palmo anche questa volta. Mi fermo a metà. Guardo le telecamere. Magari qualcuno mi riguarderà percorrere quella salita/discesa lentissima tenendomi al corrimano e si farà domande.
Manie di grandezza. Ma chi non le ha?
Mio zio si è rilassato. Ci viene incontro e ride.
Io sdrammatizzo: “Vabbè…abbiamo perso un’ora, ma chissenefrega, no? E’ ancora presto…”
“allora andiamo allo spagnolo?”
“ok”
Il ristorante “La Tasca” è vicino a casa. Mio zio ci lascia giù e riporta l’auto a casa. Ritorna a piedi.
Sì. E’ per me che ogni_volta_deve_prendere_l’auto.
Io ordino pesce, niente di strano: calamares, fritura mixta, langostinos (gamberoni)
In un angolodel bar/ristorante c’è della gente che balla. Il maestro non è un tipo mui caliente, anzi. Un pezzo di legno. Ci sono donne che ballano con donne, due coppie d’anziani. Una tipa che sembra la madre di Amy Winehouse.
Quest’ultima pare un bel po’ bevuta. Fa la micia in calore con due tipi che non se la filano.
Poi demorde. S’appoggia al bancone del bar e sembra punti mio padre. La guardo, ma non merita nessun giudizio da parte mia.
Magari è la sera del suo non compleanno. Magari suo figlio ha trovato lavoro oggi e vuole festeggiare. Magari ha solo voglia d’una notte d’amore romantica.
Al tavolo a fianco cantano “Happy birthday to you…” e mi viene in mente quando un paio di mesi fa, in una spaghetteria, ogni dieci minuti spegnevano la luce e mettevano il disco “tanti auguri a te… tanti auguri…” perché c’erano cinque o sei compleanni, più una coppietta che festeggiava un anno e, per finire, due miei amici a cui poi hanno urlato “nudi nudi”.
Maria Alice, la cameriera, riceve la mancia da mio zio, che dice è d’obbligo, un dieci per cento del conto.
Torniamo a casa, tra la notte illuminata. Domani si torna a casa.
(song: A Punch Up at a Wedding-Radiohead)

mercoledì 23 luglio 2008

DIARY OF LONDON-PART 4

DIARY OF LONDON-PART 4
domenica 6 Luglio 08

(Covent Garden, Trafalgar Square, National Gallery)
Il tempo è sempre brutto. Non è che piova granché, ma piove. Le previsioni danno sole nel pomeriggio, ma non è un sole che scalda.
Di nuovo stazione. Riporta l’auto a casa. Torna. Facciamo i biglietti. Solito treno entro i tre minuti che perdiamo. Prendiamo quello successivo. Solito quarto d’ora di treno. Mangiamo alla stazione. Io prendo un panino con bacon, salsiccia e insalata e una coca cola.
Mio zio ci spiega come dovremo fare l’indomani a guardare sul display il treno che porta ad East Croydon. Tanto l’indomani, nel caos generale, lo sbaglieremo.
Aspettiamo in stazione che spiova un po’. Prendiamo un autobus, scendiamo a COVENT GARDEN. Essere lì in mezzo alla gente, a piedi, tra i mercatini, i fiori, gli artisti di strada, mi fa sentire più coinvolta, più presente, più viva rispetto all’esperienza avuta il giorno prima, in cui mi sentivo solamente una spettatrice dietro un vetro.
Ci sono due tipi che prendono al volo clavette lanciate da una bimba, stando in equilibrio su un trabicolo sorretto da una ruota. Uno dei due inizia a spogliarsi, sfida l’altro (meno dotato nel fisico) a fare lo stesso e l’altro resta con indosso solo un tutù fuxia. I due scatenano l’ilarità generale. Mio zio dice fanno lo stesso spettacolo ogni giorno, ma per m è una novità.
C’è un tipo di colore, vestito di pelle nera, che imita le gesta di Matrix. Ha degli occhi incendiari e quando mi fissa ho quasi paura.
C’è un altro uomo che parla francese, e sembra pazzo. Lancia in aria dei coltelli, come per gioco.
C’è uno che canta qualcosa che assomiglia a una canzone lirica, ma quasi nessuno lo ascolta.
Lasciamo Covent Garden e prendiamo un taxi. Questi macchinoni neri, con lo sportello al contrario e la salita di difficile impatto, se hai problemi articolari. L’uomo coi capelli bianchi e la coda ci conduce a TRAFALGAR SQUARE. Facciamo un paio di foto, o forse dieci, e, non vedendo l’ingresso, ci facciamo un giro lunghissimo per trovare l’accesso senza scale alla NATIONAL GALLERY. Scelgo le, poche, stanze da farmi. Guardiamo Botticelli, Caravaggio, Rembrandt e poi, finalmente, passiamo agli impressionisti che sono i miei preferiti.
Mio zio mi tratta come una piccola studentessa e mi fa leggere le didascalie.
“Devo dire che ti sei guadagnata uno schifoso due e mezzo in lettura”
Rido. Lo ringrazio. Decido di riprovarci nella Room 45, quella in cui c’è Van Gogh. Leggo quello che hanno scritto accanto al “La sedia Di Vincent”
“Allora? Come sono andata?”
“Lascia perdere. Peggio di prima”
Ho riso. Mio zio fa lo stronzo, ma è divertente. Forse mi piace perché anche io sono stronza a volte ed è a lui, probabilmente, che devo il mio lato sarcastico che apprezza. Mi ha dato un voto più basso, è vero! Ma c’è da tener conto del mio coinvolgimento emotivo con l’opera.
Ad ogni stanza mi fermo. Mi siedo sui tavolini di legno nel mezzo e mi perdo assorta in una tela a caso, per far riposare gambe e schiena. Non sopporto più i dolori alla schiena. Deve essere stata la caduta di due settimane fa. Deve essere la mia andatura claudicante.
Mio zio si siede due minuti con me. Notiamo come le persone messa a guardiano in ogni stanza si spacchino la schiena dal lavoro. Si limitano a stare sedute. E guardare. Cazzo che lavoro stremante! Io non ce la faccio più. Prendiamo l’ascensore.
Andiamo a fare pipì. Ci ritroviamo nella hall, nella stanza dei pc. I miei genitori proseguono il giro. Io e mio zio ci confrontiamo sui vari quadri visti, zoomandone i particolari. Ci sfidiamo su quale sia l’artista con maggior numero di opere. Litighiamo nuovamente su quale sia il migliore.
Ora ho fame. Un panino vaga solitario nella mia pancia.
Mio zio si offre di prendermi qualcosa: gli chiedo una cioccolata, ma torna senza. Non ne hanno.
“Come sarebbe a dire -non ne hanno-? E uno cosa beve?”
“Caffè lungo, the”
“Volevo la cioccolata”
“Fai un reclamo al direttore, no?”
“Mmm… potrei dirgli…”
“Dai, sforzati. Vediamo cosa gli chiederesti”
“Excuse me Sir…Why can I have a chocolate…”
“No, no! Dovresti dirgli…Excuse me… Why can’t I drink any blooding fucking chocolate in your fucking museum?”“Ma blood non significa sangue?”
“Sì, ma è rafforzativo”
Tornata a casa, ho scritto undici bigliettini, da attaccare agli undici portachiavi colorati della National Gallery acquistati per I miei colleghi/college/capo _ROOM 45-YOU CAN’T DRINK ANY BLOODING FUCKING CHOCOLATE-LOVE, ME_
Solo un collega è rimasto shockato come volevo. Gli altri non sanno l’inglese, credo. Si sono limitati a sorridere.
(song: Hight and Dry - Radiohead)

martedì 22 luglio 2008

DIARY OF LONDON-PART 3

DIARY OF LONDON-3
Sabato 5 Luglio 2008
(The Big Bus Experience)
La mattina seguente alle otto sono già sveglia. Evento straordinario per essere sabato. Sono come nuova. Lo zio mi ha ceduto il suo matrimoniale col materasso duro ortopedico e io l’ho condiviso con mia madre che, come ogni persona che abbia questa fortuna, deve fare attenzione a non darmi botte o calci sulle ginocchia. Da parte mia, ho imparato a dormire rasente al bordo, se non sono più che certa dell’affidabilità della persona che mi dorme accanto.
Ho fatto colazione con calma, guardando fuori dalla grande finestra la scala ormai spenta e, mentre i miei genitori e lo zio sono fuori, scrivo un piccolo resoconto a un amico.
Alle undici:venticinque prepariamo un panino a testa, delle chips per me e lo zio ci accompagna in stazione. Riporta a casa l’auto.
Nelle stazioni londinesi nessuno bada a te. Niente a che vedere con quelle di Milano, Gallarate che se sei sola, dopo un po’ hai paura. C’è un sacco di polizia. Un sacco di gente, la più diversa, che va avanti e indietro e in obliquo. Ci sono ragazze con microabiti e gambe nude con quindici gradi e ci sono ragazzi col piumino col collo di pelo. Ci sono ragazzi in infradito e ci sono ragazze con gli stivali imbottiti. Ci sono ragazzi di colore con l’ombrellino rosa shocking che vengono perquisiti in mezzo al passaggio. C’è gente che passa e che è come se al ragazzo non stessero facendo nulla, o lui non esistesse del tutto.
Mio zio è ritornato indietro a piedi. Ha fatto la one day travel card e ha detto:
“se ci muoviamo tra tre minuti c’è un treno”
“allora lo abbiamo perso. Non posso correre. Non ce la faccio”
Chissà perché, ma anche nei due giorni successivi, sebbene a orari diversi, il treno era sempre pronto ad arrivare dopo tre fottuti minuti. E’ che c’era una discesa da fare, un tratto a piedi. Se non hai delle gambe quasi perfette tre minuti sono troppo pochi. Devi aspettare quello successivo.
Prendiamo il treno (quello coi gradini bassi) che da East Croydon ci porta a Victoria Station, e poi il pullman col bollino blu (otto lingue) che non arriva più. Decido di salire, con estrema fatica, al piano superiore. Mi chiedo se anche l’anno scorso a Roma ho fatto così tanta fatica, o se sto peggiorando. Mando ‘sti pensieri affanculo e mi infilo le cuffiette. Il tragitto obbligato ci conduce per BELGRAVE PLACE, KNIGHT BRIDGE, HARVEY NICHOLS, HARRODS, V & A MUSEUM, ALBERT MEMORIAL, KENSINGTON PALACE, QUUENSWAY, BAYSWATER ROAD, costeggiamo il parco di PETER PAN fatto in onore della principessa Diana, ma non vedo le funi, né i pirati, né il resto che la voce diceva avremmo intravisto. Passiamo per MARBLE ARC, PARK LANE e ci fanno scendere ad HYDE PARK.
Troviamo una panchina e decidiamo di levare i panini dagli zaini e di mangiare. Ci sono un sacco di ragazze bionde, tutte belle, tutte vestite all’ultima moda. Ci sono altrettanti ragazzi omologati, tutti coi capelli finissimi lisci, lo stesso taglio di capelli. C’è della musica nell’aria. Come un concerto. Tra gli altri c’è Fat Boy Slim. Ci spostiamo al baretto, ci facciamo uno schifosissimo caffè.
Dopo esserci riposati, riprendiamo l’autobus, ma resto sotto. Passiamo dall’HARD ROCK CAFE’, GREEN PARK, BUCKINGAM PALACE, VICTORIA STREET, ST JAMES’S PARK, PARLIAMENT SQUARE, BIG BEN, LONDON EYE, WATERLOO ROAD, ROYAL COURTS OF JUSTICE, ST PAUL’S CATHEDRAL, BANK OF ENGLAND e proseguiamo col battello. Credo lo speaker inglese sia spiritoso, perchè dopo ogni sua frase la gente ride. Vediamo la TOWER BRIDGE, SOUTHWARK CATHEDRAL, SHAKESPEARE’S GLOBE THEATRE, la TATE MODERN in lontananza, di nuovo la RUOTA PANORAMICA, the HOUSES OF PARLIAMENT. Il simpaticone ci dice che loro non sarebbero obbligati a intrattenerci con le loro cazzate tutto il viaggio. Quindi, se l’abbiamo apprezzato, possiamo mettere qualche soldo nel cestino bianco che c’è per terra, prima di lasciare il battello. Risaliamo sul pullman che c
i riporta a Victoria Station.
la cosa che più mi rimane di questo viaggio sospesa sui pneumatici, è una scena dal finestrino: un gruppo di ragazzi punk, senza maglietta, tatuati e con la birra in mano che si sono fatti immortalare abbracciati ad un intraprendente china, che fa scattare la foto da un’amica.
Sono rincasata con un po’ di mal di schiena, ho fatto una doccia. Ho mangiato a casa. Credo alle nove ora inglese stessi già dormendo.
(song: The Tourist- Radiohead)