lunedì 21 luglio 2008

DIARY OF LONDON-PART 2

DIARY OF LONDON-2
Venerdì 4 Luglio 2008


(la partenza da Milano/l’arrivo a Londra)
Un senso di nausea mi opprime lo stomaco. Un mal di testa doloroso come una fucilata sulla tempia. Mi sono svegliata alle sei. Dalle sei alle sei e trenta ero sveglia nel letto. Mi sono risvegliata alle sette e venti. E si vede. Ho una faccia da far schifo, peggio di quella che ho di solito. Mia madre, col suo solito mal di testa da tre Cibalgina Due Fast al giorno, mi rimprovera:
-non potevi prenderti il Venerdì mattina? Avresti potuto dormire un po’ di più e mi aiutavi a fare le valige
-la mia roba è già pronta in camera, devi solo metterla in valigia. Ho delle cose da terminare in ufficio, non mi piace lasciare le cose a metà.
A mezzogiorno l’unica che mi da un abbraccio e mi bacia è la collega che ha l’età di mia madre. Le altre boh. Mi lasciano andare via un po’ male, come se il mio star via tre giorni facesse ricadere su di loro chissà che disastro celestiale.
Mi faccio la doccia/mi cambio/mangio con l’imbuto. Alle quattordici la mia sorellina e mio nonno ci accompagnano a Malpensa, Terminal 2. Mio nonno si continua a guardare in giro, come fosse nel Paese Dei Balocchi e dice: “Mi e la tua nona se fosim qui da soli, sa perdisum” e capisco devo stargli accanto.
Mando un sms alla Donna Sonica che lavora al Terminal 1, e le ricordo di leggere la mail per la mostra che ci sarà tra pochi giorni, a cui partecipo. Il cellulare vibra due volte silenzioso.
“Bella Donna…il pc lo uso solo per comprare su E-Bay. Non leggo mai le mail”
“No? Tutte quelle che ti ho mandato! Ne riparliamo bene quando torno. Tieniti libera sabato”
“Si dai…ora pensa al volo va…che mi sa ti stai cagando sotto…ciao!”
Al check-in il tipo coi capelli lunghi e la coda fa una battuta sul fatto io non sia “child” e se la ride. La valigia passa la prova peso 19,70 kg, di cui tre chili camicie compresse e prodotti di bellezza per mio zio. Passo un labirinto giallo e, dopo il controllo col metal detector mi reco al gate ad aspettare il mio volo. Accanto a me c’è un ragazzo col pc. Di fronte ho una coppia di anziani che avranno duecento anni. Ci mettiamo un po’ a capire che il nostro volo apparirà solo tra molti minuti: del resto è la mia prima volta!
Finalmente appare. La fila per l’Easy Jet che porterà a Gatwich è piuttosto lunga. Ho visto dei numeri sui biglietti e, convinta che corrispondano a una fantomatica prenotazione, mi siedo ad aspettare che tutti salgano, con la coppia di anziani. Salgo per ultima, il tipo con la coda e la faccia da spiritoso mi augura buon viaggio. Salgo. Delusione. Big delusion! Sembra un pullman. Tutto qui? Tutto qui l’aereo? Sembriamo un ammasso di sardine inscatolate e non riesco a vedere tre posti vicini liberi. Un ragazzo con accento meridionale, vedendoci smarriti, ci dice che è come l’Alitalia: non ci sono i posti prenotati.
Trovo posto tra due distinti signori inglesi. Le gambe non sono per nulla comode. So già che avrò male quando scenderò.
L’aereo decolla, i motori rullano e nella pancia sento un piccolo vuoto, ma nulla di che. Non sono mai stata sulle montagne russe, non sono tipa da emozioni forti, ma mi aspettavo molto di più. Come una piccola sensazione di paura o un brivido.
Il tipo alla mia destra ha scattato una foto alle montagne prima che venissero ingoiate dalle nuvole. Poi ha riposto la macchinetta nel taschino della camicia, e mi ha sorriso.
Il momento più emozionante del mio viaggio sta per arrivare. Un signore arabo col centrino in testa seduto davanti a me, si è alzato. Ha preso una ventiquattrore dallo scomparto e l’ha tenuta stretta tra le mani, sospesa per aria per tre o forse quattro minuti guardandosi attorno con circospezione. Mi sono guardata un po’ attorno. Il ragazzo del sud lo guardava. L’uomo seduto alla mia destra si è fatto il segno della croce ed ha allacciato le mani sul grembo. L’arabo si è seduto e con estrema pacatezza ha estratto una busta marrone, di quella in cui ti mettono le radiografie. Mi sono rilassata, ho sorriso e ho guardato la spumosità delle nuvole elevarsi fuori dal finestrino.
Sulla sinistra, qualche fila davanti a me, c’è una coppia bellissima. Lui credo sia marocchino, ma ha gli occhi verde chiaro col taglio da gatto e dalla corporatura sembra un modello. Lei è bianchissima, coi capelli rossi ondulati, indossa un abito bianco e, quando si alza in piedi, noto che è altissima.
Hanry, l’uomo più giovane seduto alla mia sinistra, e Dunkan, quello più vecchio vicino al finestrino, bevono una strana zuppa. Ha un odore dolciastro, arancione, che sembra entrarmi in gola. L’ha portata una hostess in due bicchieri blu “IT’S SO HOT” sorride. TOMATO e VEGETABLE leggo sull’etichetta.
Hanry si è fatto portare un cabernet sauvignon mignon. Se solo sapessi decentemente l’inglese (o se solo fossi meno timida) gliene chiederei un goccio. Anzi no. Ho scoperto ora che è rosso: io non bevo vino rosso, non più. Da tre anni.
La famiglia d’arabi seduta davanti a noi è composta da papà, mamma e bimba. La mamma non riesco a vederla. La bimba è fantastica, col suo foularino giallo e la borsetta turchese con le paillettes. Hanno ordinato da mangiare un sacco di cose (twix, kit-kat, coca cola with ice, …), una decina di cose in totale. Pensavano fosse free. Lo stuart è stato quindici minuti in piedi davanti all’uomo col centrino in testa, per fargli capire che doveva pagare. La bimba, l’unica dei tre che parla un po’ di inglese, intuisce la situazione e restituisce il Twix non ancora scartato.
Ho sentito un dolore perforante nelle orecchie. Credevo di non riuscire a sopportarlo più e siamo atterrati.
Mi sono alzata per far scendere Hanry e mi sono riseduta, aspettato che l’aereo si svuotasse.
Avevo i muscoli intorpiditi, la testa che un po’ girava. Ho salutato gli stuarts. Ho visto la scaletta. Ho appoggiato la mano al velivolo. Mi sono bloccata.
“You need help?”
“Yes…” (cazzo, si)
Al gate avevo confidato a mia mamma, ridendo, che la cosa che più mi aveva preoccupato per il viaggio era il fatto che dovessi fare la scaletta per entrare. Lei mi aveva rassicurata dicendomi c’era il braccio. Mi ero rilassata. Ora mi girava la testa, avevo male ai muscoli. Mio papà ha sorriso:
“I’m her father. I help her”
E mi ha dato una mano a fare gli ultimi dannati gradini.
Da lì il percorso è stato lunghissimo. Una persona normale di certe cose non si accorge. Per me è stato un incubo, una via crucis in cui mi sono fermata quattro volte, sedendomi sulle seggiole tra gli sguardi curiosi dei passanti.
Mi ha preso un gran nervoso. Un gran dolore alle articolazioni. Una rabbia verso chi non capisce che per alcuni può essere un problema far tutta quella strada. Poi ho visto mio zio, sono salita sulla sua auto e, il resto, l’avevo scritto l'indomani svegliata e rigenerata, a Livio
io sono a Londra.
tempo di merda.
stamattina non esco: sono arrivata ieri sera (la mia prima volta in aereo) avevo le gambe a pezzi. da piangere.
-non sapevo all'aeroporto si dovesse camminare così tanto!-
mentre mi avvicinavo all'uscita e la testa (un po' ballonzolava) e i polpacci procedevano lentamente morsi dai cani-cattiva circolazione-
ho salutato stuart e hostess e mi sono bloccata!
c'era una scala. cazzo...
lo stuart "carino" (ma brutto per essere uno stuart di quelli che immaginavo io, che vedi nei filmS)
"you need help?"
io "yes..."
ero a pezzi sai?
ma mi ha aiutata mio padre.
scaletta, camminare, camminare, camminare, camminare, sedermi. camminare, sedermi di nuovo, mandare 4 sms sono arrivata, tornarmi un ILA BELLA LONDRA? (cosa ne so? sono nel bordello dell'aeroporto, ci uscirò mai?) camminare, camminare, camminare...
mio zio a prenderci. poi tutte la casettine stile film, i prati.
poi quelle strade al rovescio.
poi i condomini, il garage, l'ascensore, l'appartamento arredato ikea e la pasta al pesto col sugo fatto dal genovese che ho digerito stamattina ;-)
svegliarmi alle 8!!!! (assurdo... il sabato alle8????)
mio zio che m'ha detto stamattina riposati -i cani non mordono più, mi hanno lasciata libera, forse-oggi facciamo un giro. col bus
c'è una scala viola e lilla qui di fronte, la notte.
ma ieri... ero troppo stanca e rotta per aver voglia di fotografarla.
sono nel sud di Londra. nel paese di Kate Moss. e ti scrivo
non è ironico?


(la song: Nice Dream -Radiohead)

1 commento:

Lilaria ha detto...

#1 21 Luglio 2008 - 22:45

la stanchezza deforma sempre la visione delle cose, quando viaggi.

ma Londra non è parigi :PPPP
ha quella notte viola lilla che parigi non ha...
però la pasta al pesto ;)
goodnightmoon88

#2 22 Luglio 2008 - 09:24

Il primo volo non si scorda mai.
Anche per me il primo fu destinazione Londra nel lontano 1997.
Carlyssima

#3 22 Luglio 2008 - 13:27

perchè invidia??anche tu voli...
un abbraccio.
dream1980

#4 23 Luglio 2008 - 19:05

[mmmm il mio primo volo...l'ho fatto quando avevo 6 mesi:-)]
Morfea77

#5 25 Luglio 2008 - 06:12

chi è livio? eheh ;)
livido